Folletti tecnologici

I tre folletti che popolano la nostra casa (i tre bambini) sono tecnologici per natura.

Quando sono nati, infatti, il computer esisteva già da mille anni, come il tostapane e la lavatrice e, quindi, non sussisteva (né sussiste) una buona ragione per non imparare ad usarlo (essendo oltretutto il computer molto, ma molto, più divertente di lavatrice e tostapane).

Detto questo, un po’ di giorni fa,  il folletto piccolo (quattro anni) passa e mi fa: “mamma, vado di là a fare una partita a Minecraft”.

“Sì certo tesoro”, rispondo distrattamente mentre cerco di concentrarmi per farmi venire una buona idea su come trasformare in cena i tristi ingredienti presenti nel mio frigorifero; ma dopo qualche secondo realizzo l’informazione.

“Cosa? Una partita a Minecraft? Ma siamo matti! Hai solo quattro anni!”

“E dove la vorresti fare questa partita a Minecraft?”

“Come vuoi tu, o sul telefono, o sull’iPad, o sulla Playstation”.

La piccola Montessori che è in me si risveglia dal suo torpore e comincia ad agitarsi: “bambiniii! Venite tutti qui! Subito”.

Folletto grande: “cosa c’è mamma, perché gridi come un’aquila?”

“Lo so io perché grido! Ma vi sembra normale che vostro fratello di quattro anni pretenda di giocare a Minecraft (e non gliel’ho certo insegnato io, dato che conosco a malapena il titolo)”.

Folletti tecnologici

“Ora, non dico di intrecciare canestri, ma  che ne so, non potete leggere, disegnare, fare un gioco all’aria aperta, o qualcosa di creativo, per dare il buon esempio a vostro fratello piccolo, invece che stare tutto il tempo attaccati a quei cavolo di videogiochi?”

Folletto medio: “a parte il fatto che ci sono cinque gradi con la pioggia e non abbiamo il giardino, stiamo tutto il tempo a disegnare, leggere e inventare cose, tranne il tempo cronometrato in cui ci lasci giocare con la Playstation; e poi non è colpa nostra se giocare a Minecraft è cento volte più divertente dei giochi dei tuoi tempi”.

Il folletto piccolo rincara la dose “mamma, noi dobbiamo finire di costruire la fattoria e dare da mangiare alle mucche; non è che possono morire di fame”.

La stoccata sui miei tempi mi fa andare su tutte le furie: “va bene, allora facciamo così, niente videogiochi per una settimana, così facciamo una bella cura disintossicante”.

Dopo due o tre giorni di musi lunghi e di apparente rassegnazione dei folletti tecnologici, comincio a notare degli strani movimenti.

Il folletto grande si aggira per la casa impartendo direttive, e i due folletti piccoli si spostano repentini e furtivi da una stanza all’altra.

Senza farmi vedere, li osservo e scopro che, ogni tanto, recitano frasi a voce alta, come se stessero girando un film.

Dopo un altro paio di giorni di sotterfugi, arrivano tutti fieri con il loro prodotto creativo: il trailer di un film, realizzato con un apposito programma dell’iPad.

Il folletto grande alla regia, i due fratelli piccoli, attori protagonisti.

Il genere: horror, tipo “Non aprite quella porta” (la porta di camera loro); il titolo: “La grande avventura”; inoltre, musiche ad hoc, effetti speciali e recitazione ispirata.

Scorrono i testi del trailer in sovrimpressione (scritti da loro): “Basato su fatti realmente accaduti”; “Ogni quartiere ha una casa”; “Diversa dalle altre”; “Nella notte più spaventosa dell’anno”; “Due fratelli affronteranno un viaggio”; “E scopriranno i suoi segreti”.

Momento clou dell’interpretazione: il folletto piccolo con il pigiamone di Planes e la faccia da cattivissimo che appare sulla scena all’improvviso, mentre il fratello, con la faccia di Jack Nicholson in Shining si gira lentamente”.

Non si può dire che difetti di creatività.

Ovviamente, la produzione viene accolta con grandissimo entusiasmo da tutta la famiglia e viene (da me) proposta ripetutamente ad amici e parenti, in vero stile “montaggio analogico della Corazzata Potemkin”.

I folletti tecnologici sono molto soddisfatti per avere trovato il modo di rivoltare la frittata a loro favore.

Ma non è finita.

Dopo altri quattro giorni, ripassa il folletto piccolo (sempre verso l’ora di cena, il mio momento vulnerabile): “mamma, vedi, ho scritto una canzone” (mi mostra un foglio tutto pieno di geroglifici); “ora vado di là e la suono con l’iPad, che ha un programma con tutti gli strumenti per fare la musica”.

Va bene, mi arrendo; anche la Montessori che è in me non sa cosa replicare. Lo seguo in camera sua per assistere all’esecuzione della performance. Mi sa che mi hanno fregato. Sipario. Applausi.

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