La mia prima estate italiana da expat

Quest’anno è tutto diverso, o meglio, è tutto al contrario.

Di solito le nostre vacanze estive erano fatte per viaggiare, andare all’estero, cercare di vedere posti nuovi e di conoscere scenari diversi, culture diverse, lingue diverse, paesaggi diversi.

Ma quest’anno no.

Vivendo all’estero, le vacanze fanno inevitabilmente scattare il desiderio di tornare a casa, intesa come Italia (per noi intesa come Genova); ritrovare i suoni, i colori, i profumi di casa, mangiare il cibo di casa, dormire nel letto di casa, rivedere il panorama dalla finestra di casa.

Vedere il mare al posto del fiume.

Accendere lo zampirone.

Cose così.

E finalmente ho capito quella cosa che mi sono sempre chiesta senza mai capire bene fino in fondo, e cioè cosa diavolo ci trovano di così entusiasmante gli stranieri quando vengono a passare le vacanze in Italia.

Quando affermano estasiati quel “good food, good weather” che sentivo ripetere in continuazione e mi faceva innervosire parecchio.

La parola chiave è questa: cambio di prospettiva.

Tutto quello che prima mi sembrava fastidioso, scontato, caldo, appiccicoso, adesso mi sembra simpatico, curioso, e romanticamente attraente.

Insomma, nella vita dell’expat la percezione dell’estate italiana cambia radicalmente anche dopo un solo anno di permanenza all’estero.

L’estate

La prima cosa che ho ritrovato, amandola follemente, è l’estate.

L’estate italiana, con i tramonti sulla spiaggia e i bambini che giocano nell’acqua fino a tardi, quella senza orari, senza formalità e senza troppi vestiti addosso.

Quella con il mare, il sole per tanti giorni di seguito, pomodoro e mozzarella a pranzo, la luce accecante sin dalle prime ore del mattino, l’acqua trasparente, perfino la sabbia odiosa che si infila da tutte le parti e te la ritrovi la sera nel letto.

Insomma l’estate vera, quella con il caldo torrido e il ghiacciolo verde fosforescente, ma soprattutto quella stagione che è completamente diversa dall’inverno, dall’autunno e dalla primavera.

Ora, non è che a Londra non ci siano belle giornate di sole e caldo, in cui puoi tranquillamente uscire in maglietta e calzoncini, o goderti il tramonto sul fiume.

Ci sono e sono stupende, perché, come ho già scritto da qualche parte, Londra con il sole è davvero bellissima, si illumina e brilla.

Ma quello che manca è l’estate vera, il sole a lungo termine, quello che dura dal mattino alla sera per tanti giorni di seguito, e che ti fa dimenticare il cappotto e il maglione.

Quella che ti fa fare il cambio degli armadi in maniera definitiva e che ti fa portare i vestiti invernali in tintoria perché intanto non li rivedi più fino a ottobre.

L’estate a Londra è una specie di illusione; ti illudi che stia arrivando, pensi “ecco questa volta ci siamo”, e poi, nella stessa giornata, rimpiangi di non esserti portata dietro il giaccone e la sciarpa perché fa freddo e inizia a piovere.

Non è che io sia poi così amante del caldo afoso, del sudore e delle zanzare, ma questa eterna partenza mi innervosisce non poco.

L’effetto esilarante prodotto da tutto ciò e che mentre quando vivevo qui da inizio giugno iniziavo ad aggirarmi stravolta ed accaldata affermando che “se comincia così quest’anno non ce la posso fare”, adesso affermo convinta che “quest’anno a Genova il clima è migliorato, si sta divinamente, sembra di essere ai Caraibi”.

Il cibo

Il cibo è tutto un capitolo a parte.

A Londra si trova praticamente tutto, qualsiasi ingrediente e qualsiasi cibo di qualunque parte del mondo.

I migliori ristoranti del mondo sono a Londra, i migliori cuochi del mondo sono a Londra, il miglior cibo cinese, indiano, francese, italiano, libanese, probabilmente si trova proprio a Londra.

Ma quello che ho ritrovato qui, nella mia estate italiana, e che mi mancava non poco, è il cibo di altissima qualità a portata di mano; insomma la facilità dell’approvvigionamento.

Se ho voglia di prosciutto crudo a Londra devo prendere due autobus e la metro per andarlo a comprare nel negozio italiano che lo vende e devo fare un piccolo mutuo per acquistarlo; se ho voglia di prosciutto crudo qui, mi giro e ci sono quaranta negozi che lo vendono. Molto semplicemente. Stessa cosa per il melone, la mozzarella e le albicocche.

Insomma ho reso l’idea no?

Cibo buono ovunque, ingredienti buoni ovunque, prezzi umani e gnocchi al pesto come se piovesse.

La focaccia. Lo stracchino. Potrei continuare per ore.

Ecco perché gli stranieri impazziscono.

Non per il good food in generale, per il good food everywhere.

Essere in vacanza nella mia città

Certo questa componente è essenziale.

Genova è la mia città, l’ho amata e odiata contemporaneamente da sempre (se volete saperne di più cliccate qui).

Vederla con l’atteggiamento mentale della vacanza è un vero privilegio, e mi sembra diversa, a conferma del fatto che, come sempre, molto dipende dal punto di vista in cui si guardano le cose.

Non è come essere un turista, non potrò mai essere un vero turista nel posto in cui sono nata e cresciuta, nella città dove conosco ogni angolo e ogni singolo edificio, ma il fatto di vederla per poco tempo cambia del tutto la mia percezione della città.

Da un lato, tutto ciò che mi ha sempre infastidito mi appare molto più lieve e sopportabile (a parte l’umidità che rende i miei capelli ingestibili, per la quale non riesco a provare alcun tipo di nostalgia).

Dall’altro lato, i miei occhi cercano le cose nuove, i posti che non ho mai visto prima, quelli che ho sempre visto senza mai guardarli veramente.

Ho camminato per anni in molte strade di Genova senza alzare mai lo sguardo dalle piastrelle del marciapiede, le stesse strade nelle quali ora mi aggiro ammirando cose come le persiane alle finestre e le biancheria stesa ad asciugare.

E’ meglio che esplorare un posto nuovo, è esplorare il posto che conosco da sempre con una sensibilità diversa.

Ecco un altro esempio che rende un po’ l’idea: il mare io l’ho sempre visto, tutti i giorni della mia vita, dal primo caffè del mattino al momento di andare a dormire, ma non avevo mai prestato attenzione all’odore di salsedine e al rumore delle onde, che sono la prima cosa che ora noto non appena metto giù il piede dall’aereo.

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