La valigia perfetta

La valigia perfetta è una sfida; non è facile da ottenere, ma è garanzia della buona riuscita del viaggio.

Questo principalmente perché, allontanandoci da casa, tutto il nostro mondo è racchiuso lì dentro, in quella scatola che ci portiamo dietro, che ci permette di sentirci al sicuro in mezzo a luoghi estranei e persone sconosciute.

In pratica, la valigia è un po’ come il Bignami della nostra esistenza e (cosa non facile) deve contenere in piccolo tutto quello che ci serve per sentirci a casa anche dall’altra parte del globo.

Ecco perché lo smarrimento della valigia da parte della compagnia aerea rappresenta un trauma, anche se, in teoria, vestiti e accessori si possono ricomprare sul posto.

Se dunque la valigia perfetta è quasi un’utopia, ci sono però una serie di trucchetti, frutto di molti viaggi e di innumerevoli valigie sbagliate, utili per evitare di avere brutte sorprese.

Uno

La prima regola per avere una valigia perfetta (o almeno decente) è pensarla molto.

Sì, proprio pensarla, ponendosi alcune domande chiave tipo: quanti siamo? Dove andiamo? Quanto tempo ci stiamo?

Se, ad esempio, andiamo a Londra con il nostro partner per un romantico week end, non dobbiamo portare la stessa quantità di vestiti che porteremmo per un viaggio di un mese negli U.S.A. comprendente escursioni tra la California e l’Oregon.

Sì, lo so, sembra banale, ma non so quante volte, al ritorno da un week end a Londra, mi sono chiesta “ma perché diavolo ho portato roba come se dovessimo sopravvivere per un mese negli Stati Uniti?”

Due

Saetta McQueen

La seconda regola, indispensabile quando ci sono bambini piccoli, è quella di fare la valigia quando si è da soli (in pratica di notte, quando loro dormono).

Questo per due buone ragioni.

La prima è che non è umanamente possibile concentrarci su cosa ci occorrerà quando saremo a Tokio e contemporaneamente rispondere a domande tipo “mamma, quanti granelli di sabbia ci saranno in tutto il mondo?”; “mamma, quanto è di preciso un anno luce?”; “mamma, quanto fa sedici per otto?”.

La seconda è che i bambini hanno una personale visione di come la valigia deve essere fatta e, di conseguenza, tolgono arbitrariamente dal bagaglio elementi per loro assolutamente inutili (tipo il sacchetto delle medicine), per fare posto ad altri oggetti che reputano indispensabili (tipo coniglio, orso, gatto, e renna di peluche).

Il tutto, naturalmente, agendo come gatti: rapidi precisi, e nel silenzio più totale, in modo tale che, se non siamo più che pronti ad accorgercene, una volta arrivati a destinazione con un terribile mal di testa, invece di prendere un’aspirina, potremo solo consolarci dormendo con una mucca di pezza.

Tre

La terza regola consiste nel fare una valigia che rispecchi noi stessi, abitudini, passioni, e idiosincrasie comprese.

Se, ad esempio, siamo amanti dei tacchi alti, mettiamo serenamente in valigia un bel paio di décolleté (che, oltretutto, non occupano neanche tanto spazio).

Ci sarà sempre una buona occasione per tirarle fuori.

E niente può dare più soddisfazione a una viaggiatrice fashion addicted, che prendere un aperitivo nel centro di Parigi con un paio di Louboutin ai piedi, in mezzo ad un esercito di turisti in scarpe da ginnastica.

Se, invece, siamo leggermente ipocondriaci, il viaggio non è il momento migliore per tentare di risolvere il problema.

Quindi, trasformiamo pure la valigia in una piccola farmacia ambulante e riempiamola con tutte le medicine possibili e immaginabili, che non serviranno a niente ma che, sapendole con noi, ci garantiranno serenità e buon umore negli angoli più remoti del globo.

Quattro

La quarta regola impone di riempire la valigia solo fino a tre quarti, e non del tutto.

Questo, non tanto in vista di chissà quali imperdibili acquisti, ma per il semplice fatto che, durante il viaggio, gli indumenti lievitano come una torta nel forno.

Non è dato sapere perché, ma è scientificamente provato che la stessa identica roba, che all’andata entra nella valigia con facilità estrema, al ritorno aumenta insidiosamente di volume, e richiede complicate manovre al limite della ginnastica acrobatica per riuscire a essere rinchiusa nello stesso posto.

Per ovviare, in parte, al problema, può essere utile tenere a mente che in quasi tutto il mondo esistono ottime lavanderie a gettone o, alternativamente, un bel pezzo di sapone di Marsiglia può risolvere molti problemi.

La buona notizia è che quindi, se siamo in cinque, possiamo evitare di portare trentacinque paia di mutande e settanta calzini per un soggiorno di una sola settimana; ne basta la metà, unita a qualche pittoresco bucato serale.

Cinque

La quinta, e ultima, regola, è quella di standardizzare il bagaglio.

L’ideale è avere una valigia tipo per il mare, una per la montagna, una per le città (eventualmente da mixare tra di loro, per le vacanze eterogenee), contenenti gli indumenti giusti, individuati a seguito delle passate esperienze.

Quando una valigia è particolarmente ben riuscita, bisogna tipizzarla e ripeterla all’infinito (è valido anche prendere appunti per ricordarsene meglio).

Il sistema è molto utile per evitare di ripetere costantemente gli stessi errori.

Ad esempio, una volta capito che al mare, in pieno Agosto, dopo i primi due giorni di sole, con la pelle mezza bruciacchiata, indossare i jeans è una specie di tortura, è bene scriverselo da qualche parte, in modo da evitare di incaponirsi e portarsene dietro tre paia tutti gli anni.

La valigia tipo può essere adeguata e raffinata nel tempo, ma una volta trovata va custodita gelosamente e non va più abbandonata, anche perché permette di dimezzare i tempi dei preparativi.

In conclusione, questi semplici trucchetti permettono di viaggiare con più leggerezza, serenità e liberano energie per godersi il viaggio.

E anche noi, proprio come i nostri bambini, quando, nell’aprire la valigia dopo un volo lungo dieci ore, ritroveremo il nostro pigiama, avremo la sensazione di rivedere un vecchio amico, e affronteremo qualunque posto nuovo con la sensazione di esserci già stati.

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